Autostima: la mancata accettazione di sé

È giunto il momento di esplicitare meglio i due fattori che costituiscono i pilastri dell'autostima.









Io ho una vera autostima se:

  1. so di poter contare su me stesso (capacità di efficienza)
  2. so di esser meritevole di amore e di stima da parte degli altri e di me stesso.



Studiamo questi due fattori nel dettaglio:

  1. La “capacità di efficienza” significa che ho fiducia nella mia capacità di giudizio, nei miei ragionamenti e sono cosciente del fatto di possedere tutti gli strumenti mentali per poter affrontare e superare le avversità della vita. Questo non significa sentirsi invulnerabili ma implica la fiducia in se stessi e nelle proprie capacità. Quindi significa che mi rendo conto di avere una capacità di controllo nella mia vita e non sono come una foglia al vento. Posso scegliere il mio comportamento e faccio valere il mio libero arbitrio.
  2. Sentire di poter meritare amore e rispetto dagli altri e da se stessi porta al “rispetto di sé”. Significa accettare il mio diritto di vivere ed essere felice, di essere amato per quello che sono, perché è un mio diritto di nascita e nessuno me lo può togliere. Posso affermare con soddisfazione le mie opinioni senza dover dipendere da quelle altrui. Sento che il mio pensiero ha un valore e va rispettato, esattamente come quello degli altri. Da questo nasce anche il senso di dignità che ogni uomo/donna deve sempre avere.



La capacità di efficienza comporta la possibilità di poter imparare dai propri errori, di poter apprendere tutto ciò che serve al lavoro e alla vita sociale (e familiare come l'educazione dei figli). Eppure in alcuni tutto ciò è minato dalla mancanza di stima verso se stessi. Sentono di non meritare la felicità che hanno o che potrebbero avere. Si sentono totalmente immeritevoli di amore da parte degli altri e nutrono un profondo disprezzo verso se stessi, fino ad auto-sabotare ogni rapporto affettivo o lavorativo. Sembra assurdo ma è proprio così, come ci testimonia lo psicologo Nathaniel Branden nel sul bel libro “I sei pilastri dell'autostima”.



Alcuni si sentono immeritevoli di vivere.



Come è possibile che si possa arrivare ad una conclusione simile? Eppure accade in continuo, minando l'intera vita di molti individui. Le cause possono essere molte e ne analizzeremo insieme alcune.



Molte convinzioni, credenze e Copioni nascono nell'infanzia o vengono generate e rafforzate in ambito familiare e scolastico.

L'analisi Transazionale ci spiega che il bambino all'inizio della vita deve sentire nella famiglia il “permesso ad esistere!”. Qualcuno si domanderà come sia possibile che possa accadere ciò.

Il tutto nasce dai messaggi verbali e non verbali dei genitori, che esprimono la loro disapprovazione verso un figlio magari non voluto. Se il bambino viene ignorato e tenuto ad una certa distanza, senza dargli la giusta attenzione affettiva, questo si può tradurre in una cosiddetta “ingiunzione”, l'ingiunzione a non esistere. È qualcosa che si radica nei primi due anni di vita del bimbo e che è difficilmente risolvibile in età adulta perché potrebbe complicare anche una possibile terapia psicologica.

Ci sono anche altri permessi che il bimbo deve poter avere dalla famiglia come il “permesso ad avere dei sentimenti”, cioè il permesso di poter esprimere i propri stati emotivi senza che questi vengano svalutati o contrastati da parte dei genitori. Il diritto ad esprimere rabbia, paura o gioia sono spesso frustrati da insegnamenti rigidi che tentano di rinchiudere la mente del fanciullo in una serie di regole comportamentali rigide, che non prevedono alternative. Se il bimbo prova paura allora è un “debole”, se rabbia è “cattivo”, “disadattato” o “ribelle”, se prova la necessità di qualche coccola allora dimostra un altro tipo di “debolezza caratteriale”. Naturalmente potete capire che questi ragionamenti astrusi, pieni di giudizi assurdi non portano nulla di buono e minano interiormente il bimbo fin dai primi anni, che vede nei propri stati emotivi dei nemici e non delle normali espressioni di sé.

Con il tempo capirà che non può fidarsi dei propri stati emotivi e sarà portato creare un'ingiunzione verso se stesso: non avere sentimenti!



Certi tipi di educazione rigida possono portare anche alle “cinque carezze” citate da Claude Steiner:

  1. non chiedere carezze: perché è un segno di debolezza mentale
  2. non dare carezze: vengono viste come smancerie
  3. non accettare carezze: non bisogna lodare le buone azioni altrimenti il bimbo si monterebbe la testa
  4. non rifiutare carezze negative: bisogna accettare ogni critica
  5. non carezzare te stesso: non bisogna auto-complimentarsi perché sarebbe un altro segno di debolezza.

Naturalmente queste cinque negazioni di carezze sono assurde, ma purtroppo sono state osservate spesso in ambito terapico e hanno generato situazioni difficili.

Il chieder qualche carezza o cercare un contatto umano è qualcosa di assolutamente normale che dovrebbe essere incoraggiata e non bloccata, perché rafforza l'autostima, non sono smancerie. Si è notato purtroppo che fra neonati e genitori spesso manca un buon contatto fisico, che invece è indispensabile al piccolo perché gli fornisce comunicazione e protezione/accettazione.

Quando il bimbo o una persona in generale compie qualcosa di importante è nostro dovere riconoscergliela con un giusto apprezzamento. Anche nel lavoro, nella gestione di un Team la cosa è fondamentale, aumenta il senso di appartenenza al Team stesso con il riconoscimento della propria opera, inserita nel progetto aziendale. Aumenta il senso di appartenenza al gruppo. È anche giusto che il singolo possa in modo giocoso auto-complimentarsi per i risultati raggiunti, proprio perché è il suo modo di affermare il suo diritto al successo ed alla felicità. Reprimere questi stati emotivi è sbagliato e demotivante, sia in famiglia che sul lavoro.

È giusto saper accettare le critiche ma non è detto che tali critiche siano sempre corrette. Bisogna sempre ascoltarle con la legittima determinazione a rispettare anche le proprie idee. Perché le nostre idee devono avere lo stesso valore di quelle degli altri. Né più né meno.



Da queste considerazioni spesso derivano le posizioni esistenziali per cui Io sono Ok se...

se sono perfetto

se sono forte

se mi sforzo

se mi sbrigo

se faccio in modo di piacere agli altri (curare in modo eccessivo il proprio aspetto fisico solo per essere accettati dal prossimo)

quando la posizione corretta dovrebbe sempre essere: Io sono OK, Tu sei OK, al di là di imposizioni esterne.

Invece si finisce nella posizione esistenziale: “Io non sono OK, Tu sei OK”, oppure “Io non sono OK, Tu non sei OK”, che è la più pericolosa e annichilente per la propria personalità ed autostima.



Sull'autostima, in internet oggi, si legge moltissima roba, in cui spesso si affermano cose assurde.

C'è chi parla di respirazione, chi parla a vanvera di PNL (il “prezzemolino” che sta bene su tutto, dalla dieta al mal di testa), chi fornisce consigli su come risparmiare ogni anno un mucchio di soldi facendo una spesa consapevole, chi cerca di farvi camminare sulla carbonella per dimostrarvi che avete il pieno controllo di voi stessi, se lo desiderate veramente. Insomma la confusione è tanta. Alcune teorie possono essere anche interessanti e utili ma non sembrano cogliere gli aspetti essenziali dell'autostima, che sono appunto la capacità di efficienza e il rispetto di sé.

Solo affrontando questi due concetti fondamentali possiamo veramente avviare un percorso di crescita personale vero e duraturo, basato su solide fondamenta e che porta a risultati tangibili, nella vita di tutti i giorni.

Un percorso che ci porterà a creare una nostra strada, una nostra legge interna, che ci consenta di affrontare con una certa serenità tutte le sfide che la vita ci pone ogni giorno sul nostro cammino.




Amedeo F.

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