Il vecchio mito della volontà come “sforzo”: Lo Zen e il tiro con l'arco.

Molti di noi (me compreso.... una volta) pensano che nella vita, per fare strada o realizzare qualcosa, ci voglia solo la volontà.

Una enorme volontà!

Invece la volontà non basta. Ci vuole ben altro.

Il problema nasce a scuola, quando disimpariamo cosa voglia dire apprendimento e impariamo cosa voglia dire uniformarsi al gruppo, spesso ostile, cercando di mandar giù cose che non ci interessano affatto.

Poi si va all'università, per chi può, e si imparar che lo sforzo di capire è nullo, bisogna imparare tutto a memoria, perché questo è in fondo il messaggio che alcuni professori fanno trasparire dalle loro lezioni (meno male che non vale per tutti).

Così si costruisce pian piano l'idea della volontà come sforzo.



Noi siamo vittime dell'idea della volontà come sforzo!



È l'uccisione della spontaneità e della passione, un cimitero dove seppellire i nostri interessi e buona parte della nostra interiorità.



Prendiamo una cosa molto difficile come la dieta.

Sotto certi versi lo sforzo da compiere per dimagrire di cinque chili è maggiore di quello necessario per diminuire di venti.

Infatti la motivazione che porta alla dieta drastica è sempre molto forte, deriva da un mettersi in discussione al livello profondo, dall'avvertire l'esigenza di un cambiamento spesso totale, non soltanto legato allo stato fisico.

Molte persone non dimagriscono neanche quando ne va della propria vita, ma dimagriscono quando cambia la percezione profonda di se stessi.

Non bastano le minacce del medico o dei familiari.

Cambiano mentalità, non si riconoscono più nel corpo precedente.

E la volontà?

L'idea stessa di volontà come sforzo viene meno, perché una energia indomabile e profonda ( la Supermotivazione) emerge direttamente dagli abissi dell'inconscio.

È la nascita di una nuova immagine guida che rappresenta la strada da seguire.

La persona sa cosa vuole diventare e con il tempo lo diventa.



In più si aggiunge il fattore abitudine.

L'abitudine è una nostra grande alleata perché riesce a sostituirsi alla volontà pura divenendo nuovo stile di vita.

La dieta che funziona infatti produce un cambiamento profondo nel modo di alimentarsi, un cambiamento da cui non si torna indietro.

Nuove abitudini prendono il posto delle vecchie e così lo sforzo viene meno.

Ecco perché è importante anche abituarsi pian piano alla lettura, all'inizio implica un piccolo sforzo che con il tempo diviene nuova abitudine salutare. Lo sforzo non si avverte più ma rimangono tutti i benefici.

Non dimentichiamo mai che alla base dell'apprendimento c'è la nostra capacità di leggere, che porta uno sviluppo mentale notevole, capace di dirigere le persone verso nuove soluzioni anche lavorative.

La lettura è veramente una cosa fondamentale.

...

Quando Eugen Herrigel di dedicò al tiro con l'arco giapponese, di tradizione Zen, imparò a sue spese che molte delle nostre convinzioni occidentali erano e sono tutt'ora errate.

Racconta la sua esperienza con questa disciplina in un bellissimo libretto che si chiama “Lo Zen e il tiro con l'arco”, ed. Adelphi, 1975.

L'arco zen è una brutta bestia da domare, enorme, difficilissimo da tendere.

Ci mise un anno solo ad imparare a tendere l'arco. Si applicava molto, facendo sforzi colossali, eppure non riusciva proprio a tenderlo quel maledetto arco Zen, era durissimo.

Si sforzava in tutti i modi di essere rilassato per compiere l'operazione, ma niente da fare.

Il saggio maestro zen osservava i suoi tentativi, aspettando il momento opportuno per intervenire.

Solo quando ogni sforzo di Herrigel per tendere l'arco fu vano allora intervenne il maestro portandolo sulla strada della respirazione.

Tutto qui, doveva solo imparare a respirare correttamente.

Niente sforzo, niente volontà. Solo respirazione corretta.

In seguito Herrigel capì che la distinzione fra mezzo e fine è qualcosa che limita l'essere umano, capì che il desiderio di riuscire ci limita enormemente, portandoci spesso al disastro.

La volontà occidentale invece continua a fissarsi su cose fasulle come lo sforzo, la distinzione fra mezzo e fine e la voglia esasperata di vincere.

Ci volle un anno di lavoro per imparare a tendere la corda “con potenza ma senza fatica”. Ormai il percorso stesso cominciava a divenire il fine.

Quando imparò anche a scoccare la freccia ebbe un'altra lezione straordinaria, il colpo parte da sé e da sé raggiunge il bersaglio.

Nessuna mira, nessuna tensione, nessuna voglia di vincere.

Il maestro disse: “Si è tirato e si è colpito. Inchiniamoci davanti al bersaglio come davanti a Buddha!”.

Nel momento in cui l'arciere scocca la freccia l'uomo diviene un tutt'uno con il processo, non c'è più distinzione fra uomo-arco-freccia-bersaglio.

Si raggiunge qualcosa simile ad una piccola divina illuminazione.

Difronte ad essa il maestro Zen si inchina con reverenza.



Cosa sappiamo della volontà?

Poco, molto poco, almeno noi occidentali.



Amedeo Formisano



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