Alla radice delle emozioni: la maleducazione emotiva

Spesso la via per la conquista di una dimensione equilibrata della propria emotività passa per strade impreviste.

La nostra emotività è sotto attacco tutti i giorni, schiacciata da impegni lavorativi sempre più pressanti o da situazioni familiari o sentimentali che ci mettono a dura prova. Saper mantenere una visione positiva delle cose sembra sempre più difficile.

C'è un proliferare di articoli che consigliano un'alimentazione corretta a base di frutta, attività fisica e il giusto numero di ore di sonno, creando piccoli decaloghi che sembrano prescrizioni mediche, rassicuranti e banalizzanti al tempo stesso.

Hai un problema? Segui i punti da 1 a 10 e tutto passerà!

Ma sarà proprio così?

Forse la situazione non è così semplice, perché bisognerebbe cambiare qualcos'altro nel nostro approccio nella vita e nel lavoro:

il nostro atteggiamento mentale, i nostri pensieri, che generano gli stati emotivi negativi e positivi.

Infatti esiste una relazione diretta fra i nostri stati emotivi e i nostri pensieri.

Spesso pensiamo che gli stati emotivi dipendano dall'esterno, dai litigi con gli altri, dal capo dispotico, dal partner che non ci sa capire, dal mondo che sembra sempre più invivibile e problematico.

Invece tutto dipende da noi e dai nostri pensieri.



emotività= pensiero



Questo è il piccolo grande segreto che si nasconde dietro una corretta Gestione emotiva, cioè che i nostri stati emotivi dipendono quasi esclusivamente dai nostri pensieri, da ciò che ci diciamo continuamente per commentare gli eventi giornalieri.

È il nostro dialogo interno che dirige l'emotività e produce tutte le sensazioni positive e negative che ci affliggono.

Tutto avviene tramite il linguaggio. È con esso che letteralmente creiamo una impressione negativa rispetto un evento, con i giudizi continui che diamo su noi stessi e sugli altri.

Il linguaggio influenza il pensiero e il pensiero genera gli stati emotivi.

È tutto concatenato, quindi noi ci sentiamo bene o male solo grazie alle definizioni che diamo continuamente di noi stessi.

È come se tutti noi fossimo continuamente afflitti da una maleducazione emotiva che ci spinge a posizioni mentali deleterie.



Se passiamo ad esempio il tempo a lamentarci, cosa che sappiamo fare molto bene tutti, il cervello si disporrà in uno stato mentale di sofferenza per cui ogni minimo contrattempo diventerà un macigno, aumentando la difficoltà di problem solving.

Le lamentele continue producono con il tempo una “bassa tolleranza alla frustrazione” che peggiora gli stati mentali creando sfiducia e minando il nostro potere di reazione.

Durante i miei corsi spiego dettagliatamente come creare quel dialogo costruttivo con se stessi per avviare le persone ad una corretta visione delle cose (ristrutturazione cognitiva). Tutto dipende dalla nostra visione del mondo e da cosa ci diciamo nel nostro dialogo interiore.

...

Se durante la giornata accade qualcosa che mette a dura prova la vostra emotività scrivete subito su di un foglio qual'è il problema, scendendo nello specifico, cercando con onestà di focalizzare l'attenzione sull'evento che ha scatenato le vostre preoccupazioni.

Scrivete in cosa consiste il pericolo reale o presunto che vi preoccupa, le implicazioni che secondo voi si nascondono dietro l'evento e in che modo potrebbero danneggiarvi.

Questo esercizio serve essenzialmente a due cose:

  1. a ridurre al minimo la ruminazione e
  2. definire meglio le avversità.



La ruminazione è quel pensiero continuo che spesso ci avvelena anche di notte, quando ci svegliamo alle quattro del mattino e fatichiamo a riaddormentarci.

È una forma di pensiero che sembra non staccarsi mai da noi, tormentandoci in continuazione, ritornando alla mente più volte durante la giornata. Ecco perché è stato paragonato al ruminazione dei bovini, in cui il cibo ritorna in bocca per essere masticato in continuazione.

Diciamoci la verità, il paragone è al quanto sgradevole ma rende bene l'idea.

La difficoltà di riprender sonno è qualcosa di fisico, dovuta in parte ai cicli circadiani che regolano il ritmo di sonno e veglia, quando alle 4 della mattina e del pomeriggio e il corpo è naturalmente più indifeso alla depressione e la ruminazione.

Quindi se faticate a riaddormentarvi è normale, fisiologico, non c'è nulla di cui preoccuparsi.

Un piccolo trucco: per riprendere a dormire, qualunque problema vi venga in mente, dite a voi stessi: domani alle 10:00 l'affronterò per bene (l'ora decidetela voi).

Date un appuntamento preciso a voi stessi, come se lo deste a qualcuno con cui parlate. Infatti voi state parlando mentalmente con qualcuno, con voi stessi.

Questo semplice espediente, serve a quietare la parte logica del cervello che spinge alla ruminazione. Infatti voi non vi dite “non ci devo pensare perché devo dormire” (cosa che non riuscirete mai a fare dicendovi questo) ma vi fissate un preciso impegno il giorno dopo per affrontare logicamente il problema che vi affligge. Magari accendete la luce e segnate velocemente il problema su di un post-it per il giorno dopo.

È un modo semplice per scardinare i piccoli pensieri ossessivi di lavoro, che non vanno mai affrontati prima di dormire, ma sempre lasciati al giorno dopo, sfruttando la capacità di risposta del mattino, a mente fresca.

Ogni volta che un normale pensiero di lavoro vi opprime la sera dovete tener presente che è solo una forma di ansia che vi viene a trovare, non un reale problema. Infatti al mattino la prospettiva è diversa e tutto sembra meno minaccioso. Quindi è bene riconoscere questi pensieri per quello che sono: una forma di ruminazione dovuta allo stress.



La ruminazione esiste per ricordarci degli eventi importanti, ma spesso è fonte di stress perché sembra che la mente non voglia abbandonare un certo argomento, costringendo la parte conscia a stare sempre improduttivamente sullo stesso problema.

Questo alla lunga produce uno stato di affaticamento che diventa un vero e proprio disagio.

Al mattino è meglio sedersi una mezz'oretta vicino un tavolo, con carta e penna, e cercare di affrontare serenamente i nostri timori esplicitandoli per iscritto. Così sottrarremo potere alla ruminazione perché staremo affrontando finalmente il problema.

Capire bene quali sono le presunte avversità significa cercare di individuare i veri motivi oggettivi che ci creano uno stato d'animo negativo, magari rispetto al lavoro da fare durante la giornata o a qualunque altro problema vi angoscia, cercando di capire se effettivamente esistono motivi reali di preoccupazione.

Una volta capita l'avversità potremo cominciare a controbattere i nostri timori e le credenze che si nascondono dietro ai nostri stati emotivi.



Naturalmente le donne sono più propense ad interrogarsi su se stesse, alla ricerca continua delle motivazioni che sono dietro il disagio, mentre gli uomini sono più portati all'azione, a cercare immediatamente un diversivo come una passeggiata, fare dello sport per distrarre la mente.

L'azione è un atteggiamento sicuramente positivo ma che alla lunga non aiuta a capire come convivere con i propri stati emotivi.

Anche l' eccessiva ruminazione non è di aiuto se si abbina ad un linguaggio sempre giudicante e negativo.

Ma se il problema è in noi allora significa che in noi esiste anche la soluzione.



Cambiando il linguaggio utilizzato, eliminando i continui giudizi e lamentele su noi stessi, sul lavoro e sugli altri, cominceremo a produrre un cambiamento più forte e duraturo nella percezione di noi stessi e del mondo che ci circonda, migliorando la nostra vita di tutti i giorni. A quel punto anche il problema che ci affligge, qualunque esso sia, diventerà solo un problema che richiede una soluzione, non più un qualcosa di terrorizzante che avvelena la nostra vita.

Dobbiamo solo entrare nell'ottica che i nostri pensieri creano e influenzano i nostri stati emotivi.

Eleanor Roosevelt disse:


Nessuno può farvi sentire inferiori senza il vostro consenso”.



Migliorare la nostra emotività è qualcosa alla portata di tutti.

In realtà siamo noi che abbiamo sempre il potere sui nostri stati emotivi, solo noi e nessun altro.



Amedeo Formisano

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