Le caratteristiche che un lavoro dovrebbe sempre possedere: le potenzialità, e la giusta ritualità!

Georges Simenon

Quando scegliamo un lavoro dobbiamo pensare che il vero contenuto non è nel guadagno che arreca ma nelle sue potenzialità e nella “ritualità” che comporta.



Mi spiego.

Spesso come metro di giudizio fondiamo le nostre valutazioni solo sulle possibilità di guadagno, su cui fondare una stabilità economica che possa aprire le porte alla creazione di una famiglia. Cose legittime e fondamentali per ogni essere umano.

Eppure non ci rendiamo conto che le componenti che veramente pesano poi nel mantenimento ed evoluzione di un lavoro non sono legate strettamente al guadagno in sé.

È bene puntualizzare che, in questa crisi che stiamo attraversando, ogni lavoro, per quanto umile, è particolarmente sacro e gradito, ma questo è sottinteso nel discorso e lo diamo per scontato.



Ogni lavoro dovrebbe essere valutato esclusivamente per due componenti essenziali:

  1. le potenzialità che comporta
  2. la ritualità che possiede.

Vediamo questi due punti nel dettaglio.



Le potenzialità sono le promesse che un dato lavoro porta in sé.

È una componente fondamentale che ogni persona dovrebbe assolutamente ricercare. Uno stipendio è una cosa sacra (sopratutto oggi) ma i giovani dovrebbero sempre chiedersi:

cosa mi permetterà di fare questo lavoro in un secondo momento? Quali capacità va a sviluppare nella mia mente? Quali prospettive lavorative potrei affrontare grazie alle cose che imparerò in questo lavoro?

Queste sono domande che rappresentano la base di una carriera solida, in cui ogni lavoro, anche se temporaneo, rientra in una filosofia evolutiva che può portare il giovane a diventare un grande professionista.

Si tratta di sviluppare una visuale in prospettiva, cioè la capacità di guardare lontano, al di là della contingenza.

Questo guardare lontano porta dei benefici evidenti: ogni sacrificio che si va ad affrontare non è più così gravoso perché viene inquadrato in una scena più ampia, in un futuro in cui ci siano più possibilità materiali di creare occasioni di lavoro, complesse e remunerative.

È l'ottica dell'abbondanza che nasce dal cervello per espandersi in ogni ambito di vita, anche lavorativo.

Ecco perché è fondamentale sviluppare le proprie doti di apprendimento, imparare ad amare la lettura e rimanere sempre aggiornati sulle tendenze di mercato e sulla vita che ci circonda, imparare ad osservare come gli altri si muovono intorno a noi.

Per esempio, se una persona è particolarmente brava ad approcciare a freddo i clienti allora dovremmo cominciare a studiarla, ad ammirarne la tecnica, cercando di carpire i segreti di questa professionalità, anche se il lavoratore non si occupa direttamente di rapporti umani, di vendita o di contatti diretti con il cliente. Ma tali capacità se incorporate e studiate a fondo potrebbero portare a miglioramenti lavorativi straordinari.

Vi faccio un esempio ancora più pratico.

Una mia amica fa la montatrice video.

È bravissima e in un paio di anni si è fatta apprezzare dal proprio capo come una persona seria e affidabile.

Ora il suo capo ha deciso di metterla a contatto con i clienti in veste di commerciale. Il suo compito dovrà essere quello di approcciare il cliente per spiegare in cosa consiste il lavoro, portandolo verso le soluzioni offerte dalla ditta.

La mia amica, anche se conosce tutte le fasi, perché ormai è la figura senior, è terrorizzata dall'idea di interfacciarsi con il cliente.

Il grafico, in generale, è una persona che preferisce il Pc, i software, alle persone in carne ed ossa. Non vale per tutti, ma per molti è così.

Diciamo, generalizzando molto, che le relazioni umane li spaventano.

Quando mi spiegò le sue paure le feci notare che la notizia di questo passaggio alle funzioni commerciali era ottima.

Il commerciale è una figura molto richiesta praticamente ovunque.

Non c'è attività che non debba vendere servizi o prodotti e quindi una persona con notevoli capacità comunicative, oltre alle competenze tecniche, verrà sempre vista con particolare attenzione dal mondo del lavoro.

Sono le potenzialità che devono assorbire la nostra attenzione, anche se questo ci costa un poco di fatica in più e ci strappa dalla comoda routine di un lavoro già collaudato ma stagnante.

Adesso che sta interiorizzando il nuovo incarico ha capito che potrebbero schiudersi altri universi lavorativi e finalmente si sente più sicura, meno agitata, perché deve fare altro che applicare conoscenze lavorative che già aveva maturato con i clienti quando il capo non c'era e la ditta dipendeva esclusivamente da lei.

Non dobbiamo cronicizzarci per forza in un lavoro solo perché abbiamo sempre fatto una cosa sola nella vita.

La coerenza lavorativa è una cosa, l'ottusità un'altra.

Dobbiamo aprire la nostra visuale anche ad esperienze differenti, che rappresentano opportunità nuove e sfidanti.

Se la mia amica avesse pensato in termini comuni allora si sarebbe demotivata, avrebbe “subito” la promozione come un'imposizione ingiusta e avrebbe fallito immancabilmente.

Invece adesso sta accettando la cosa per quello che è:

una sfida interessante che le permetterà di apprendere cose nuove, per migliorare in futuro.

Gli eventi non ci accadono solo per scombussolarci ma anche per farci evolvere, per condurci via da una situazione stagnante.

Ecco perché noi siamo sempre protagonisti del film che viviamo e non solo meri spettatori!

La vita è un processo in cui possiamo sempre intervenire!



...



Ogni lavoro possiede una propria ritualità.

Pensiamo proprio al mestiere di montatore. Significa passare fisicamente giornate, e nottate, vicino un computer (almeno oggi, mentre una volta esisteva la moviola) per montare un film o quello che sia. È un lavoro fisicamente molto statico, che risulta inadatto a coloro che amano la natura e il movimento.

È una condizione da considerare prima di cimentarsi con un lavoro del genere.

Anche il mestiere di architetto ormai è simile.

Si passa sempre più tempo vicino al computer, per disegnare e studiare il progetto, che stare sul cantiere. Ci sono architetti di vecchia scuola che non hanno mai digerito il passaggio al PC, restando su vecchie posizioni, in cui un progetto si disegnava interamente a mano. Oggi una cosa simile è impensabile e l'architetto deve essere un grafico provetto, deve saper rappresentare le proprie idee al cliente altrimenti non c'è comunicazione.

Come potrà vendere un progetto se non saprà rappresentarlo e mostrarlo in modo esauriente?




Adesso andremo ad osservare insieme la ritualità di un grande scrittore come George Simenon, l'autore del commissario Maigret, per capire come creava, costruiva i propri romanzi, proprio con la sapienza di un artigiano antico piuttosto che con l'aura dell'intellettuale.

Il suo metodo di lavoro era straordinario, affascinante, perché restituiva il vero senso della scrittura: un'attività solitaria che si può svolgere come un sapiente intagliatore che cesella le sue opere con certosina maestria, nel silenzio del suo studiolo, invece che con lo scalpello, con la matita come strumento di cesello.

Prima di tutto si isolava dagli altri chiudendosi nel suo studio, un ambiente a dimensione d'uomo, piccolo e confortevole.

Poi cominciava a scrivere su di una grande busta gialla, come aveva fatto per il suo primo romanzo, descrivendo i personaggi nei più minuti dettagli, la loro vita, gli studi, anche le parentele possibili.

Poi, quando i personaggi erano cresciuti nella sua mente diventando vivi e realistici, li buttava nella mischia di una storia che li conducesse agli estremi.

La prima stesura del romando avveniva a mano, scrivendo il tutto in una grafia molto piccola, fitta fitta, utilizzando un cestello pieno di matite appuntite. Appena portava a termine un capitolo rifaceva la punta a tutte le matite, con calma.

Questa operazione che può sembrare ovvia invece è importantissima dal punto di vista psicologico perché ricorda che la scrittura è un fatto fisico, che ha l'odore della grafite e la sostanza del legno della matita, possiede un profumo preciso.

Durante la cerimonia delle matite (perché di vero cerimoniale si tratta) la mente si ritemprava, scendeva a livelli eccezionali all'interno dell'inconscio, in quel posto dove solitamente la parte cosciente non riesce a scrutare, la zona creativa, una zona accessibile solo quando la parte cosciente è distratta da un fare fisico, da un'operazione manuale.

In quella dimensione quasi estatica, di forte concentrazione, non erano le matite ad essere affilate ma la mente stessa. La struttura del nuovo capitolo cresceva in maniera automatica e spontanea, come quando il maestro zen pone tutti gli strumenti da pittura difronte a se, con un cerimoniale strutturato proprio per spianare la strada alla mente e alla sua creazione.

Poi passava alla macchina da scrivere, anch'essa vissuta come esperienza fisica, del ticchettio, della resistenza dei tasti sotto i polpastrelli.

Simenon viveva la scrittura non come fatto intellettualistico ma come esperienza fisica e manuale, come un falegname che intaglia il legno o un meccanico che tornisce un pezzo di metallo.

In questo era nascosto il segreto di una scrittura fluente e geniale: l'aver reso quello che per altri scrittori è un compitino da 20 capitoli (da 25 pagine l'uno) in un'esperienza umana piacevole e gratificante in cui immergersi, dove il tempo scompariva e la mente si allargava verso nuove idee.



Sarebbe proprio bello se ognuno di noi potesse trovare una simile possibilità nel lavoro di tutti i giorni, pensato come luogo fisico più che mentale, dove vivere bene con se stessi e con gli altri.

Non tutti possono essere Simenon, ma questa storia spero che possa servire a chi si accosta alla scrittura in generale, anche al lettore accanito, per trovare una piccola oasi mentale nel mare di banalità che la vita comune sembra riversarci addosso tutti i giorni.



Immaginate di studiare un testo nella stessa maniera come Simenon scriveva: circondandovi di cose gradite come una bella penna, non una volgare usa e getta, ma uno strumento di valore da poter utilizzare per i propri appunti, magari una penna stilografica.

Invece di un banale mozzicone di matita potreste procurarvi un set di belle matite nuove, da appuntire con un temperamatite dal design futuristico.

Invece di scrivere su di un comune pezzo di carta potreste decidere di adoperare un blocco per appunti magari di maggior qualità, con una rilegatura interessante.

Nei negozi di belle arti e per ufficio potrete trovare tutte queste belle cose, senza spese assurde.

Sono piccoli passi che possono migliorare il nostro rapporto con la scrivania e con le incombenze quotidiane.

Se riusciamo a riportare l'attenzione sui piccoli gesti, magari impreziosendoli, avremo trovato un modo straordinario di rivalutare il quotidiano.



Riepilogo:

Pensate sempre che un lavoro deve avere possibilità di sviluppo (potenzialità) e ritualità.



Ricordate comunque che la vita è banale se voi la rendete banale.

La vita è densa di significato se voi le date significato, anche nei piccoli gesti quotidiani!





Qui troverete il video dell'intervista a Simenon:






Amedeo Formisano


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