La paura di Michelangelo: la potenza che si nasconde in ognuno di noi

Ci sono momenti in cui sentiamo la paura arrivare, in cui avvertiamo una perdita di controllo, in cui ci sentiamo inadeguati allo scopo prefissato.
Ma tutto questo è normale, guai se così non fosse.
Siamo esserei umani, cioè un mucchietto d'ossa e sangue che cammina piange e gioisce.
Eppure, questo mucchietto di ossa alzò la mano e dipinse la Cappella Sistina.
Un mucchietto di ossa proprio come noi, di cinquecento anni fa realizzò qualcosa che nessuno, neanche il Papa Giulio II poteva sperare:
creò un miracolo in terra dando visibilità all'invisibile, esprimendo l'inimmaginabile, dandogli forma e colore.
Cosa si nasconde dentro di noi?
C'è una potenza inimmaginabile e una forza che parte proprio dalla nostra fragilità.
Come posso rendermi sicuro se non ho sofferto prima l'insicurezza?
Come posso capire i miei obiettivi se prima non ho conosciuto la confusione?
Come possono scoprire il mio coraggio se non ho visto le mie paure in faccia e non le ho affrontate?
Come posso sentirmi un uomo/donna vero se non conosco i miei limiti e li supero?
Quando smetto di giudicarmi e accetto la mia fragilità significa che do ascolto alla parte più vera e importante di me stesso:
la mia umanità profonda.
Non siamo supereroi ma siamo persone vere con i loro difetti e con questi dobbiamo imparare a vivere.
Non si tratta di stupido pensiero positivo ma di una profonda coscienza e “ristrutturazione cognitiva”.
Cosa siamo è un mistero che possiamo scoprire solo durante il “viaggio”, con calma e dando all'inconscio il modo di emergere in modo naturale.

A proposito di Michelangelo, quanti di voi sanno che non voleva dipingere la Cappella Sistina? Era proprio un incarico ingrato, che non avrebbe mai accettato se non gli fosse stato imposto letteralmente con la forza da Giulio II, grande conoscitore di uomini, che capì le potenzialità di Michelangelo e lo obbligò a venir a patti con le proprie paure e demoni.
Cosa fece allora il grande maestro?
Prese il coraggio della disperazione su di sé e chiamò i più grandi artigiani fiorentini di cui potesse fidarsi e cominciò la volta, apprendendo nuovamente una tecnica che conosceva, ma che non padroneggiava bene.
Suddivise il primo tratto di volta, quello del “diluvio universale”, in tante piccole porzioni (30), cioè scompose il problema in tante piccole parti risolvibili.
Gli ci vollero trenta giorni per dipingere tutto il tratto di volta desiderato, ma poi, con l'esperienza acquisita, andò sempre più veloce.
Le sue braccia impararono le sue vere potenzialità e Michelangelo sperimentò sul campo la sua forza e capì che le paure erano infondate. Sentì dentro veramente che poteva farcela.
Capì che l'esperienza reale a volte è meno terribile di quella immaginata.
Eppure all'inizio del lavoro nella Cappella Sistina gli errori furono tanti, nei materiali sbagliati e nella tecnica dell'affresco non applicata a regola d'arte.
Ma con i giusti consigli (anche di Giuliano da Sangallo che gli suggerì come fare l'impasto dell'intonaco) fece il salto cognitivo, imparò la tecnica giusta e condusse l'opera con enorme rapidità.

Solitamente si disegnava su di un cartone la figura da dipingere, a grandezza reale, e poi la si riportava con la tecnica dello “spolvero” sulla volta fresca di calce.
Michelangelo divenne pian piano così bravo che fece a meno della tecnica dello spolvero e cominciò a ricalcare con uno stilo di ferro i disegni in modo da segnare, con il tratto, lo strato sottostante di calce.
Ma alla fine anche questa tecnica fu abbandonata: niente più cartoni preparatori!
Cominciò a riprendere le figure dal vero proiettandone l'ombra sulla volta con una candela, ombra che velocissimo ricalcava con un pennello e poi dipingeva con enorme sicurezza (informazioni tratte dal bel libro di Antonio Forcellino “Michelangelo, una vita inquieta”).
Giunse dove mai nessuno si era spinto, in una tecnica incredibile e virtuosistica che gli permise di diventare una leggenda già in vita.
Ormai non era più prigioniero della tecnica, ma lui stesso era tecnica pura.
Pensate come sarebbe stata la Cappella Sistina se Michelangelo avesse ascoltato le proprie remore. Non sarebbe stata la meraviglia che conosciamo adesso.

Gli stati emotivi vanno prima accolti, in silenzio, perché hanno da dirci molto.
Anche quando ci sembra che un colloquio importante sia stato improduttivo, in cui non abbiamo dato la sensazione di controllo e di forza che volevamo trasmettere, bisogna prima accettare lo stato emotivo che si è affacciato alla nostra coscienza.
È una parte di noi che ci sussurra una lezione, una verità, che non consiste in un messaggio negativo del tipo: “vedi che in fondo sei inadeguato”, oppure “va sempre così, non riuscirò mai...”.
Il vero messaggio non va confuso con la vocina maligna della mancanza d'autostima, delle nostre paure.
Il vero messaggio è che dobbiamo sperimentare quella paura, quella fragilità in sé, altrimenti come ci faremo il callo? Come potremo imparare a superare le avversità se non accettiamo che qualunque percorso è irto di ostacoli, tutti da superare?
Noi saliamo di livello quando capiamo che l'ostacolo è superabile, qualunque esso sia, anche il più complicato.
Ma prima dobbiamo superare il fuoco dell'accettazione dei nostri limiti.
Spesso è consigliabile un periodo di riposo perché la nostra visione parziale delle cose si apra e ci porti le soluzioni sperate.
Le soluzioni si aprono la strada da sole nel nostro inconscio se impariamo ad ascoltarle.
È tutto qui. Imparare ad ascoltare in silenzio i nostri stati emotivi.
Michelangelo provò una paura enorme perché per la prima volta avvertì la sua incapacità nel portar avanti un'impresa. Eppure alla fine, accettando qualche consiglio tecnico e mostrando un briciolo di umiltà, trovò l'aiuto sperato.
La paura è il segno che qualcosa di vitale si nasconde in noi, qualcosa che genererà soluzioni grandiose.

È quella potenza che permise ad un sacchetto d'ossa e sangue di salire su di un ponteggio e dipingere la Cappella Sistina, trasformando una banale “volta” in un'opera eterna.

Amedeo F.

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