Credenze limitanti sul mondo del lavoro

Spesso fra gli anziani si riscontra una forte resistenza alla necessità di un continuo aggiornamento nel campo del lavoro. La cosa preoccupante è che questa resistenza sia molto diffusa anche fra i giovani, che provengono da ambiti universitari spesso molto complessi e tecnologici, facoltà che non sviluppano il senso dell'apprendimento negli studenti, sempre più abituati a concentrarsi sulla memorizzazione delle nozioni ma poco sulla reale comprensione dei contenuti.
Questo è un fenomeno purtroppo non nuovo, che il premio Nobel Richard Feynman riscontrò molti anni fa, quando andò in Brasile ad insegnare fisica per alcuni mesi.
Tutti gli studenti sembravano preparatissimi. Sapevano citare a memoria perfettamente ogni definizione, ma se poi venivano interrogati sui contenuti cadevano dalle nuvole, completamente smarriti. La loro convinzione profonda era che l'importante fosse solo il sapere inteso come nozionismo. Durante le lezioni nessuno faceva domande e se qualcuno si dimostrava appena intenzionato a porre qualche domanda gli altri lo fulminavano con lo sguardo, facendo muro contro di lui, la pecora nera che cercava di rompere l'equilibrio instaurato. Nessuno voleva rischiare una brutta figura e tutti erano più desiderosi di superare gli esami e di uniformarsi agli altri che a capire realmente qualcosa!
Tutto questo non lo abbiamo già sperimentato in qualche nostra facoltà italiana? Non abbiamo mai visto persone che superavano gli esami grazie a doti mnemoniche straordinarie e che poi non capivano un'accidente di quello che avevano memorizzato?
La verità è che queste cose sono molto diffuse e pochi lo ammettono.
Da una università così malata escono quelli che poi dovrebbero essere le menti creative del futuro.
Ma vi sembra possibile? È chiaro che ci sono le eccezioni, e meno male, ma ciò non toglie che molta cosiddetta cultura è costruita su di un malinteso senso dell'apprendimento.

Questo ha generato tutta una serie di nozioni sbagliate che hanno creato delle credenze pericolose nei ragazzi. All'uscita dalla facoltà molti pensano più o meno questo:
  1. adesso che ho preso una laurea basta studiare!
  2. è ora di cercare un posto fisso
  3. voglio un lavoro che mi dia il modo di passare del tempo con la famiglia e coltivare i miei veri interessi, al di là dell'ambito lavorativo. Il lavoro serve solo per racimolare lo stipendio.
Queste credenze vanno abbattute una per una.
Partiamo dalla prima:
  1. adesso che ho preso una laurea basta studiare!= un percorso formativo oggi non finisce con la laurea ma inizia con essa. Lo so che per i ragazzi che si stanno impegnando in un faticoso corso di studi la cosa può apparire disarmante, ma purtroppo è così. La necessità di distinguersi deve portare necessariamente a maggiore specializzazione in un mondo che richiede sempre più competenza. Ecco perché pensare di esaurire la crescita professionale solo con il conseguimento del fatidico pezzo di carta può essere fatale. L'università deve creare persone avvezze all'apprendimento, capaci di reagire ai continui cambiamenti imposti dalla società, non può permettersi di fossilizzarsi in poche nozioni per tutta la vita. Deve essere chiaro un concetto fondamentale: il “per tutta la vita” non esiste più, né nel mondo del lavoro né nel campo affettivo. Dobbiamo sviluppare la capacità di adattamento necessarie ad affrontare un continuo stato di cambiamento. Solo chi saprà sviluppare la necessaria autostima e la capacità di adeguamento richieste potrà realizzarsi pienamente nella vita, creandosi uno scopo, senza aspettare di trovarlo per strada.
  2. è ora di cercare un posto fisso= molti affermano che l'era del posto fisso è tramontata quasi definitivamente. Le ragioni sono ormai chiare e palesi a tutti. La pubblica amministrazione non è più capace di provvedere a molti e il mondo dei privati tende a non assumere più per gli alti costi fiscali e previdenziali che un'assunzione comporta. Ma la realtà dipende sempre dalla nostra visione e se qualcuno pensa che il posto fisso sia ottenibile allora ci riuscirà! Chi pensa realmente che il posto fisso sia realizzabile ed è abbastanza determinato sicuramente, al di là di ogni previsione, riuscirà a trovarlo, perché quando una persona è realmente motivata e concentrata su di un obiettivo, con il tempo e un pizzico di fortuna, porta a casa i risultati. Qualcuno penserà: “ma come, difendi il posto fisso?”
    Il problema secondo me non risiede esclusivamente nel posto fisso o meno, ma nella realizzazione dei propri valori individuali, per cui se una persona non li conosce bene rischia di incancrenirsi in una situazione lavorativa pseudo stabile che crea un falso senso di comfort, ma che non rappresenta veramente ciò che egli desidera, ciò che la sua anima vorrebbe realmente. Allora nascono odi, confusioni, auto-sabotaggi, fino a giungere a stati pseudo depressivi che minano la serenità di molti. Solo così scopriamo che il posto fisso tanto agognato magari non è realmente consono alle nostre necessità intellettuali e che siamo diventati prigionieri di una credenza non nostra, un pensiero preconfezionato che ci appesantisce, una definizione di noi stessi che non ci appartiene. Questo è il vero pericolo del posto fisso: una definizione di vita che non è detto che ci rappresenti veramente. Prima di imbarcarci in tutta una serie di concorsi estenuanti o di ricerche assurde dovremmo interrogarci sui nostri veri valori. Per me è più importante la finta sicurezza di un posto fisso, obbedendo ottusamente ad un capo, oppure essere l'artefice della mia carriera in piena autonomia, anche se questo comporterà orari molto allungati e minori sicurezze? Sento di avere bisogno di orari prestabiliti e rigidi, che mi diano un maggiore senso di sicurezza o desidero orari flessibili, per poter sperimentare più idee? Penso che ognuno debba seriamente interrogarsi su questi temi. Francamente non penso che la scelta di un posto fisso sia disprezzabile, dipende solo dalle necessità reali e psichiche dei singoli. Sarebbe veramente un peccato se le persone propendessero per il posto fisso solo per insicurezza personale, perché la loro autostima non le consente di creare nuovi obiettivi e realizzarli con la dovuta serenità. Perciò l'invito che rivolgo a chi mi legge è quello di considerare serenamente i pro e i contro di un posto fisso, sapendo che in realtà le scelte sono più ampie e che il mondo lavorativo è in continua espansione e trasformazione. Non chiudiamoci in una definizione di lavoro che potrebbe essere negativa nel lungo periodo.
  3. voglio un lavoro che mi dia il modo di passare del tempo con la famiglia e coltivare i miei veri interessi, al di là dell'ambito lavorativo. Il lavoro tanto i serve solo per racimolare lo stipendio.= sicuramente è una cosa giusta passare più tempo con i nostri cari, ma se questa necessità parte dalla divisione del mondo lavorativo dal mondo personale allora c'è qualcosa che non va. Molte persone hanno capito che per realizzarsi devono investire la maggior parte del loro tempo nell'attività che si sono scelti. Il lavoro copre almeno un terzo (ma anche di più) delle ventiquattr'ore della giornata e se viene vissuto come una imposizione diventa fonte di malanni e recriminazioni. Se invece il lavoro coincidesse con i propri veri interessi allora potremmo abolire la separazione fra ambito lavorativo e privato e dedicarci esclusivamente al tipo di lavoro/vita che vorremmo svolgere. Naturalmente è il diverso tipo di prospettiva che ci fornisce la giusta visione del mondo. Un architetto (o un avvocato) che ama il proprio lavoro non ha bisogno di riposarsi eccessivamente staccandosi dal lavoro, ma si porta i suoi progetti sempre con sé, anche facendo una bella passeggiata, perché sa che il proprio subconscio sta lavorando per lui. È così immerso nella realtà positiva che ha creato che non ha bisogno di uscirne. È chiaro che un periodo di riposo è necessario e i malati di troppo lavoro esistono e vanno curati perché gli eccessi non fanno bene. Ma chi vive le proprie passioni con coerenza e abnegazione riceve molta soddisfazione intima dal proprio lavoro e si ritempra in automatico, abbassando il senso di fatica e di stress che ogni attività comporta. Ecco perché vivere le proprie passioni ed interessi significa spezzare il binomio vita lavorativa/vita privata, accettando molti sacrifici ma anche ricevendo molte gratificazioni. Un lavoro che serva solo a pagare le tasse non lo auguro a nessuno.
    Purtroppo molti pensano di creare famiglia prima che il profilo lavorativo si sia consolidato e questo sta creando parecchi problemi, visto che oggi cambiare lavoro è sempre più necessario e la stabilità economica diventa sempre più difficile da realizzarsi. Perciò bisogna chiedersi: è meglio la realizzazione lavorativa o quella familiare? Cosa scelgo per prima e quale delle due mi può dare quella vita che ho sempre sognato? La scelta spetta a voi.

La libertà spaventa.
Oggi il mondo ci offre trentamila possibilità ma molti desidererebbero una scelta più limitata e sicura, che offra delle maggiori garanzie. Questo genera un 'attaccamento eccessivo a tutto ciò che già conosciamo, abbassando la nostra capacità di intraprendenza e il nostro coraggio di imbarcarci in nuove attività. Ecco che la paura del fallimento diventa il muro contro cui si infrangono le nostre speranze.
Dobbiamo capire che oggi il mondo ci chiede una grande sfida:
l'identità non è più qualcosa che si eredita per diritto (come la nobiltà) ma la si conquista sul campo, la si crea grazie alla nostra professionalità e decisione.

Per ritornare al tema del post, chi rifiuta di adeguarsi all'apprendimento di nuove tecniche spesso firma la propria condanna. Può risolvere il problema solo con la consapevolezza che se impara ascoltando i propri talenti e i propri interessi. Allora ciò che sembrava impossibile e faticoso diventerà realizzabile, perché nulla può fermare una persona realmente appassionata e motivata in qualcosa.
Solo così il nuovo software da imparare non sarà un ostacolo ma una crescita, il libro tecnico di formazione sarà un'occasione di lavoro in più, una lingua straniera da studiare sarà una nuova avventura e non un'imposizione dall'alto dettata da un destino crudele.

Le risorse sono tutte nel nostro mondo interno e aspettano solo di essere messe in campo.

Amedeo F.

Post correlati: